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La fine degli oriundi

La fine degli oriundi

Niente sanatoria da parte della Fir. L'Italia agli italiani

La federazione dunque ha messo la parola fine sulla questione dei cosiddetti oriundi. Solo un piccolo pertugio è stato aperto: recita infatti il comunicato della Fir “Il Consiglio Federale, confermando la correttezza e la legittimità di quanto sinora deliberato in materia di formazione italiana, ha preso in esame il caso dei giocatori considerati per le norme vigenti di formazione non italiana che, godendo della doppia eleggibilità, abbiano optato in passato per l’eleggibilità italiana secondo le regole IRB. Il Consiglio ha stabilito in via di sanatoria irripetibile di equiparare ai giocatori di formazione italiana quegli atleti che al 30 giugno 2009 (a partire da tale data il numero minimo di caps internazionali necessari per ottenere l’equiparazione, per i giocatori della Nazionale Maggiore, ai fini della regola ordinaria è passata da uno a dieci caps) abbiano vestito la maglia dell’Italia “A” o dell’Italia Seven in occasioni di incontri ufficiali IRB”.
Tradotto: equipariamo solo quelli che in qualche modo sono stati coinvolti in modo totale nell’italico rugby vestendo, anche solo per una volta, la casacca azzurra. Il che non sempre coincide con un discorso meritocratico.
Le dita di due mani sono sufficienti, quindi, per fare la conta di chi, tra coloro che facevano parte dell’elenco di 116 istanze presentato, potrà essere tesserato tra i 18 di formazione italiana in lista gara per il prossimo campionato: nella conta c’è il petrarchino Padrò, ma dopvrebbe accasarsi agli Aironi, Calanchini e Freschi, per citarne alcuni.
Tralasciando Artal e Roldan in procinto di ritiro, chi vorrà i servigi dei vari Battilana, Soffredini, Fontana, Tejeda, Damiani, Elosu (atleti in quota “Ducato”) dovrà tesserarli come stranieri. Solo l’italo-inglese Aldo Birchall, 10 anni di carriera passati in maggior parte tra Parma e Viadana e 9caps con l’Italia A, rientra negli equiparati.
In moltissimi non credevano a sanatorie e così è stato. La strada era stata tracciata, impossibile derogare da “l’Italia agli italiani”. Oltretutto, molti di questi hanno passato da diversi anni i 30. Certo, qualcuno di loro poteva dare un piccolo contributo alla causa delle squadre che giocano in Challenge Cup, considerando ciò che è rimasto in Italia, potendo rimanere non come stranieri ma c’è bisogno di un salto di livello e questo lo si può fare solo con qualche straniero sì, ma con qualcosa in più. Ed è vero anche che questi però costano e le finanze delle varie squadre non sono molto floride: insomma è un cane che si morde la coda in continuazione.

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