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Rugby

Paolo Pavesi, quello della zapadura

Paolo Pavesi, quello della zapadura

Ricordo del tallonatore, per dodici anni, della Rugby Parma nel quindicesimo dalla scomparsa

Quindici anni fa abbandonava i verdi prati terreni per l’eternità celeste uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del rugby parmigiano. Paolo Pavesi venne ritrovato cadavere nella sua auto nel greto del Taro (il fiume ed il 27: la dicotomia della sua vita). A nemmeno 41 anni (era nato a Roccabianca il 27.4.54) finì di lottare contro tutti e contro tutto. Figlio di contadini, lavorava nell’azienda agricola di famiglia, in lui convivevano due anime: capace di gentilezze e romanticismo (mandava mazzi di rose alla fidanzata), di altruismo e bontà d’animo, ma anche di quei “cinque minuti”… E’ stato il tallonatore della Rugby Parma per dodici stagioni, 1973/74 – 1984/85, con 220 presenze (l’ottavo di sempre), 6 mete, 3 caps azzurri.
«Lui faceva gli studenteschi col Maria Luigia, un giorno era al Molinetto a mangiare con la squadra e gli ho detto di venire alla Rugby Parma» ci racconta Paolo Quintavalla ex giocatore ed allenatore gialloblù «Ha cominciato e poi è rimasto: aveva la grinta ed il temperamento giusto per giocare a rugby. Non aveva paura di nessuno». Talvolta capitava che Quintavalla lo facesse dormire a casa sua per non farlo tornare nella bassa con la nebbia dopo un terzo tempo intenso.
Con Romagnoli e “Dodo” Marchi (o Marozza o Roberto Manghi) formava una delle prime linee migliori che la Rugby Parma abbia mai avuto «A livello personale ha lasciato un grandissimo ricordo sia come uomo che come giocatore» ci dice Stefano Romagnoli attuale tecnico dell’Accademia «Eravamo una squadra molto giovane anche in prima linea ed era un bel carico da sopportare ma abbiamo ricevuto buoni riconoscimenti. Paolo nel nostro interno era una personalità forte, era la nostra guida».
Nel 1984-85, stagione che per trequarti lasciò l’illusione di potersi giocare fino in fondo il titolo, la Rugby Parma chiuse terza pari merito con L’Aquila a soli 5 punti dal Petrarca campione e ad 1 dal Treviso, battuto sia in casa che fuori. In quella stagione, l’ultima, Pavesi, insieme a Tinari, s’infortunò irrimediabilmente alla spalla a Brescia privando il pack della sua guida. Per quello che diede a quella maglia avrebbe meritato di rimanere in qualche modo legato alla società, aiutato, ma il suo privato non andava d’accordo con l’élite di allora.
Pavesi è considerato il “padre putativo” del Colorno, ma allenò anche a Noceto e Viadana, dove pose le basi per la crescita di quella società che ora sta provando a fare il grande salto: a Colorno si sono ricordati di lui intitolandogli il nuovo campo in sintetico. «Qui a Colorno» dice Quintavalla «si racconta questo aneddoto: partita a Collecchio e Paolo indica un ramo di un albero e dice ai suoi “Lo vedete questo? Fate conto di farlo diventare come uno stuzzicadenti”: per dire cosa pretendeva dalla squadra».
Quello dei suoi tempi era un rugby decisamente diverso da quello di oggi, sia per le regole, specie quelle di mischia, che per lo spirito. A parte il dilettantismo puro allora vigeva la legge dell’occhio per occhio dente per dente: il calcio in faccia che si prese da Naudè del Rovigo ne è esempio. Il baffuto Pavesi non si tirava certo indietro ed era molto meglio averlo come compagno che come avversario perché se venivi “inquadrato” potevi stare sicuro che c’avrebbe pensato lui a prendere le tue difese. E questo valeva anche fuori dal campo. Sul terreno metteva un po’ di quella rabbia che ogni tanto doveva sfogare. Era un cacciatore di palloni, uno che al placcaggio dava del tu, aveva un dinamismo come pochi, insomma: sputava l’anima e per questo era uno di quelli che piaceva maggiormente al pubblico. «Quando la situazione cominciava a farsi difficile perché si era sotto nel punteggio o ancor di più “fisicamente”» racconta Romagnoli «ci riuniva a cerchio e diceva: “Dès tachèma la zapadura”» tradotto “adesso cominciamo a zappare” a significare che bisognava reagire alle intimidazioni e farsi sentire. Forte in campo fragile fuori.
Nella sua corsa verso il futuro, Paolo Pavesi non riuscì a trovare il sostegno giusto e ci ha lasciati troppo presto. Al rugby, e a Parma, ha dato molto: anche per un solo momento è giusto ricordarlo, il Baudelaire della palla ovale.

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